Il Cacciatore di Fantasmi Fragili

La foresta dello sfasciacarrozze della città era a pochi chilometri dall’ultima casa in periferia. Libero viveva proprio in quella casa li e passava più tempo dal ferrovecchio che sui campetti da calcio con gli amici. Di amici ne aveva molti, ma quando lui si perdeva nei giochi avventurosi era sempre solo, perchè a nessuno piaceva immaginarsi le cose quando poteva giocare con quelle reali. Le sue invenzioni di ferro e latta venivano ignorate di continuo e le sue avventure saltavano all’occhio solo quando faceva tardi per cena. Non capiva perchè nessuno guardasse oltre, si interessasse ad altro, pensasse solo a lavorare e ad arrabbiarsi. Si sentiva invisibile, in mezzo a tutte queste persone uguali. Ed era un pò stufo di questo.
Vuoi mettere un’avventura in due, tre amici? Oppure poter far la guida nella foresta ad un adulto per tenerlo al sicuro dai fantasmi? Ah no, i fantasmi esistevano davvero, non solo nelle avventure di Libero.
Li aveva visti da lontano più volte, e pure certe storie confermavano, bastava cercare nei vecchi giornali della biblioteca. Ma a chi importava. Finì con il pensare che portandone uno in città, avrebbe trovato gente entusiasta di seguirlo nelle sue imprese, quindi inforcata la bici si trovò, dopo meno di un’ora, nel centro della foresta. Era inverno e la luce era poca, soprattutto a quell’ora, e con stupore vide delle luci, o meglio degli aloni, avvicinarsi a lui. Cos’erano? Le luci in realtà arrivarono dopo alcune voci, ma ci mese un pò a capire che non le stava immaginando nella sua testa ma venivano dal bosco. Gli alberi? No, erano le luci. Rigido e freddo come la sua bicicletta, non riusciva più nemmeno a tremare. Il tempo era distorto, non capiva se stesse scorrendo, e dopo qualche minuto indefinito si trovò circondato da figure pallide ed eteree. Come poteva cacciarne uno, pietrificato com’era? E poi erano più di lui ed era sempre più buio. “Ciao Libero” disse uno di loro, nascondendosi subito dietro ad un ramo. Sapevano pure il suo nome. “Ci hai trovati”
si sentii dire alle spalle. Il panico lo fece quasi svenire. “Finalmente qualcuno con cui giocare”. Niente, non riusciva più a ragionare. “Sai, da quando ci hanno nascosto qua, tra le lamiere dello sfasciacarrozze e gli alberi, siamo stati dimenticati da tutti, dopo averci cercato per un pò. Non è che ci saluteresti i nostri amici? Ci vediamo presto!” Dopo secondi o forse minuti, le forme sparirono dissolvendosi, piano piano il respiro tornò normale e i suoi pensieri a correre come in autostrada. Ad ogni passo che lo avvicinava a casa, la voglia di raccontare questo segreto svaniva, consapevole che d’ora in poi avrebbe fatto sempre più fatica a distinguere i fantasmi delle persone reali.
Lo Sparviero delle Stelle 2

L’SM 79 “Sparviero” del babbo di Tonino era partito con il suo carico di siluri verso l’Africa, per dar fastidio a quegli inglesi che non si sapeva il motivo ma andavano mandati via da lì. Non era bastato dirglielo, serviva proprio che ci andasse suo babbo: d’altronde anche quando a lui chiedevano di fare qualcosa non la faceva mai, ma nessuno era mai andato li con gli aerei. Il fatto è che se anche era così lontano, probabilmente aveva saputo che aveva marinato la scuola, perchè era da un pò che non gli rispondeva alle lettere. Che fosse arrabbiato sul serio? E dire che aveva tante cose da dirgli! Sentiva sempre solo parlare della Guerra, ma lui voleva raccontagli di Agnese, di com’era bella e di come quasi l’aveva salutata l’altro giorno. Quasi non era mica poco, visto che lei era bella bella, con i genitori con il macchinone e i soldi, almeno così dicevano tutti. Suo babbo salutava tutti in modo strano e impettito, non capiva il perchè ma tutti avevano paura di quella famiglia li. Non capiva come visto che a lui, Agnese, non faceva paura per niente. Anzi. Lo faceva sentire perso, ma non aveva paura. Ecco si, quando guardava le sue lentiggini si sentiva sperduto come un omino nello Spazio. Dicevano anche che i tedeschi stavano inventando un missile che poteva andarci nello Spazio, e lo facevano per vincere la guerra. Lui ne stava costruendo uno uguale, ma non per vincere la guerra, ma per andare in altissimo, anche lo Spazio andava bene, per vedere dov’era suo babbo, chiedergli scusa e raccontargli di Agnese. Ci lavorava giorno e notte al suo razzo, con i legni e le lamiere del capanno per gli attrezzi di Alfredo, che era andato fino in Polonia a fare un giro, ma tanto poi gli ridava tutto.
Ci dormiva anche li dentro, così per perdere meno tempo, e stava venendo bene tanto che somigliava quasi all’aereo del babbo, che poi aveva visto solo al cinegiornale. L’aveva mimetizzato in modo che i genitori di Agnese o gli inglesi non lo scoprissero e ci aveva pure scritto il nome sopra con un pennello bianco. Guardando in alto nel cielo, con tutte quelle stelle fitte come le lentiggini di Agnese, si sentì preso dalle vertigini come quando andava troppo forte in giostra, e sedutosi nel seggiolino si addormentò, con li suo sogno di arrivare in altissimo tra le lentiggini, tra le bombe, tra le stelle.
Bruno e le lucciole di vetro

La vecchia fabbrica del ghiaccio nel paese di Bruno, tanto vecchia che pure l’insegna, di quelle dipinte con la vernice, era quasi completamente andata via e i pochi vetri che si intravedevano dai pannelli per sigillare le finestre erano in frantumi, era desolata e nessuno ci metteva piede da decenni. Un posto fantasma, intriso di mistero e di storie, visto che più di metà paese ci aveva lavorato per una vita, e Bruno era attirato magneticamente, come se entrando lì dentro potesse sentire e rivivere le emozioni di tutti quelli che erano stati li dentro. Per non parlare dei mostri, poi: c’erano tonnellate di storie e racconti sui mostri che popolavano la vecchia fabbrica, alcune che parlavano di mostri buoni, altre di mostri terribili. Il buio però era totale e invincibile, tanto era grande la fabbrica da essere illuminata da quelle poche finestre sigillate per il pericolo di crollo, e quando si parla di un bambino non si può evitare di parlare della paura che può provare per colpa delle tenebre e di chi vi dimora; dentro a quel manto che avvolge e attutisce il calore e le emozioni delle cose, chi non avrebbe paura? I bambini sono fifoni, è vero, ma ancora di più sono curiosi e avventurosi, tanto da sfidare le più grandi paure con la forza dell’ingegno e dei sogni. Recuperando così un a moltitudine di lampadine, di cavi, di spine e di prese, e dopo averle collegate assieme iniziò a appenderle dentro a quel capannone, creandosi un vero e proprio sentiero di luce. Andando avanti per ore, lampadina dopo lampadina, ognuna delle quali svelava un ombra e un segreto di quel posto e della sua storia, si ritrovò con l’aver illuminato quasi l’intero stabile con quelle luci flebili e tremolanti, come se anche loro avessero la stessa paura di Bruno. Fu in quel momento che si accorse di un’ombra tremola come la luce delle sue lampadine nascondersi dietro una colonna, una di quelle ombre che sembrava avere consistenza, che tremasse dal freddo, senza lasciar intendere se fosse qualcosa di animato che si stesse nascondendo o se fosse stata semplicemente la sua immaginazione. Un altro sguardo e seguì un’altra ombra che si muoveva, poi un’altra e un’altra ancora. Scoprì di essere circondato da presenze che si muovevano attorno a lui, e le luci non erano abbastanza forti per isolarlo completamente dal buio e farlo sentire al sicuro, anzi, gli sembrava di essere nel campo dietro casa quando le lucciole gli facevano compagnia, ma questa volta aveva molta più paura. Più provava a farsi coraggio e più le gambe tremavano, più cercava di convincersi che era un’illusione e più vedeva i tentacoli di buio avvolgere tutto. Voleva solo sentirsi parte di quel passato e di quelle storie che lo rendevano malinconicamente affascinato, in quel posto dove tante persone si erano rotte la schiena per regalare un pò di ghiaccio fresco per i gelati dei bambini più fortunati. Vedeva quel mostro avanzare, tra le colonne, tra i cavi delle sue lampade, tra i suoi pensieri. Tremando sempre più forte, chiuse gli occhi, maledicendo quel buio cattivo e traditore che sembrava volesse rapirlo; strinse gli occhi così forte che le lacrime rimasero intrappolate dentro le palpebre, brucianti di rabbia come braci. Con il cuore che batteva come un tamburo di guerra e i pensieri che gli affogavano la mente, sentì le forze svanire, mentre cercava all’ultimo di aggrapparsi ai sogni e ai pensieri che lo rendevano forte. Fu così che gli venne in mente quando suo nonno, al ritorno dal turno alla fabbrica, giocava con lui alle ombre cinesi per farlo addormentare sconfiggendo i mostri: si mise davanti ad una delle sue lampade proiettando così la sua ombra gigantesca nelle pareti della fabbrica dismessa, e sicuro di sé si mise ad attraversarla senza aver paura di quei mostri che lo circondavano, stringendo quella lampadina tremolante che gli aveva infuso tanto coraggio.
Blu.

Sognare è sempre stata un abitudine per Emma. Non le serviva dormire tra le copertine del dormitorio per scappare dalla realtà grigia e scura di quell’orfanotrofio nascosto tra la nebbia autunnale; a lei bastava un gessetto su un pavimento o una matita su un foglio. Non ha mai avuto molte amiche, Emma, proprio per questa sua vita un pò sulle nuvole passata a disegnare e a rileggere la sua copia de “il Piccolo Principe”, unico suo ricordo rimasto del fratello maggiore, che non era mai riuscito a conoscere nemmeno quando avevano ancora i genitori. Non tardò molto che la sua solitudine la portò a rifugiarsi negli angoli più nascosti di quell’antico palazzo, fino a scoprire la polverosa soffitta, perfetta per trascorrere le ore libere a disegnare e sognare. Mentre faceva spazio sistemando le cianfrusaglie che coprivano le pareti, trovò una scatola di colori molto vecchia, di un legno mangiato dal tempo ma meravigliosa come non aveva mai visto. Aprendola notò subito che le tinte avevano qualcosa di particolare, di una luminescenza unica, quasi non fossero solo i riflessi dei pochi raggi della lampada di quello stanzone senza finestre. L’altra particolarità che la colpì fu la mancanza di tinte: i numerosi colori infatti erano diversi per tipo, ma l’unica tinta era il blu. C’erano gessi e gessetti, tinte ad olio per pennelli, acrilici, pastelli a cera, matite, ma tutte esclusivamente blu, di quel blu che immagini solo nei sogni. Entusiasta quanto stranita, iniziò a spargere i fogli nella parete più grande, fino ad arrivare al soffitto, e con quelle tinte li riempì di stelle e lune, creando il cielo stellato più bello che avesse mai visto. Voleva tanto andarsene in uno dei suoi sogni, lo desiderava da sempre. Non ne poteva più di quelle persone che non la capivano, che non accettavano i suoi sogni, che non apprezzavano i suoi colori e finalmente uno dei suoi sogni era venuto da lei. Una delle finestra disegnate divenne vera, più vera che mai e così Emma venne accolta nel suo mondo di sogni e magia.
L’Ombrello e lo Spazzacamino.

Forse non sapete che gli spazzacamini sono tutti ragazzetti simpatici; lavorando tutto il giorno in mezzo al carbone e alla fuliggine, al chiuso e al buio, hanno tantissima voglia di ridere e di passare quel poco di tempo che hanno in mezzo ai colori, nei prati più fioriti e illuminati dal sole. Qualche volta capita che vedono una ragazza con un fiore tra i capelli o tra i denti, ma mai e poi mai osano avvicinarsi, sporchi e maleodoranti come sono. Guardano tutto come se fosse di un altro mondo, da un teatrino tutto strano e senza pareti, come di vetro. Vorrebbero tanto fare di più, ma mai e poi mai sporcare quei fiori per colpa delle vesti di carbone, mai e poi mai sfiorare una signorina con quelle mani dure come l’asfalto. Ma non è facile, sopratutto se siete innamorati di VestitinoBianco come lo era Italo. Questa ragazza era senza nome per lui, per questo la chiamava VestitinoBianco, perchè il giorno che se ne innamorò correva per il prato con un vestitino bianco svolazzante. La guardava nei pochi minuti di pausa, mandava giù il panino con un morso solo e saliva in cima al leccio della casa dove lavorava per poterla guardare. Faceva così da un paio di giorni, ma dopo un pò non vide più i suoi saltelli e le sue capriole. Lavorava sempre meno volentieri, ma la tristezza vera arrivò quando un collega spazzacamino gli raccontò di una ragazza caduta in pozzo mentre giocava. E mica un pozzo qualsiasi, guardacaso proprio un pozzo maledetto, dove vivevano pipistrelli, ragni e soprattutto un mostro incredibile, tutto pieno di occhi e tentacoli che ti imprigionavano per sempre. Nessuno credeva alla storia del mostro ma nessuno si avvicinava, i rumori erano troppo brutti per avere il coraggio di infilarsi li dentro. Italo corse a tutta velocità verso questo pozzo stregato e, una volta arrivato e affacciatosi verso l’interno, fu invaso da echi di urla maledette e fetori ultraterreni. Ecco, non avevamo detto che aveva tutto di amorevole questo Italo, ma di sicuro non era coraggioso, anzi: se per gli altri spazzacamino era improbabile avvicinare una signorina del posto, per lui era sicuramente impossibile. E ora non sapeva come fare. Aveva paura. Il buio, l’altezza e il tanfo erano cose di ogni giorno per lui, ma affrontare gli occhi di quella ragazza nelle grinfie di quel mostro, non ce la faceva. Che avrebbe fatto una volta giù? Che avrebbe pensato lei di lui, così sporco e goffo? E quel mostro, con cosa lo avrebbe affrontato? Mentre i pensieri si accavallavano nella sua mente e nel suo cuore, morsicandogli lo stomaco, si accorse che stava stringendo l’ombrello di sua madre. Quell’unica cosa che gli aveva lasciato sua mamma, sempre così premurosa per lui e che non si stancava mai di ricordargli l’ombrello per andare al lavoro quando pioveva, cagionevole di salute com’era. Stringendo quel ricordo, si sentiva sempre al sicuro, potente, come nessuna spada di cavaliere avrebbe potuto. Strinse l’ombrello fino a sbiancare la nocche e saltò in piedi, aprendolo mentre stava ancora balzando, e senza pensarci due volte si buttò nelle tenebre con gli occhi spalancati e il cuore pieno di quel coraggio che aveva da sempre ma che non aveva mai creduto di avere.
The Steadfast Tin Soldier

“Farewell, farewell, O warrior brave,
Nobody can from Death thee save.”
[Hans Christian Andersen, Copenhagen, 1838]
L’Orconero e il palloncino.

“…Luigi capì che per scampare all’Orco non serviva per forza essere guerrieri grandi e forti, combattere con spade incantate cavalcando draghi. Bastava un semplice palloncino per fregare quell’Orco cattivo, perchè è ciò che si ha dentro nel cuore e nell’anima che alimenta il vento dei sogni portandoti lontano lontano, dove nessun Orco gigante può impedirti di arrivare…”
“…e fu così che quel Principe strano, senza regni, terre, cavalli o forzieri, partì alla ricerca della sua Principessa. Da sempre sapeva dove trovarla, era la più luminosa delle stelle del cielo, ma non era mai stato abbastanza forte per partire e conquistarla. Quel mondo così grande lo aveva sempre intimorito, in confronto era talmente insignificante che pareva potesse stare dentro un piccolo ditale da cucito, finchè decise di prendere il suo cuore, segnato da innumerevoli ferite e rattoppi ma pieno d’amore e partire. Vedeva la sua luminosa principessa vestita di fiori sempre più vicina, con gli occhioni impauriti come se temesse che quel Principino potesse farle male. Lui invece con i suoi occhietti chiusi per la paura continuò stringendosi forte al suo sogno, in quel cielo così buio dove riposavano tutte quelle stelle gelide e sole, sospinto dal vento arrivato in suo soccorso che raccoglieva tutto il coraggio delle persone che lo volevano vedere felice.
Il Principino non sapeva come sarebbe finita, ma era sicuro che fino a lì ne era valsa la pena.”